La citazione che ho inserito all’inizio dell’ultimo capitolo è il periodo con cui si chiude l’VIII e ultimo libro del De bello gallico, quello redatto non direttamente da Cesare ma da Aulo Irzio. In realtà, non si trattava della chiusura dell’opera. Il testo, infatti, ci è giunto mutilo. Con tutta probabilità, i Commentarii terminavano proprio dove inizia il Bellum civile, che si apre con la seduta senatoriale del 1° gennaio del 49 a.C., nella quale si lesse la lettera-ultimatum di Cesare.
Alla ricostruzione storica di quel periodo cruciale che portò alla guerra civile, quindi, manca il punto di vista di Cesare sugli ultimi giorni della crisi. Non più di due settimane, probabilmente, durante le quali, però, dovette avvenire la rottura definitiva con Labieno. Della defezione del suo principale luogotenente, infatti, Cesare non parla mai in termini dettagliati, e manca una vera e propria spiegazione del suo cambio di campo. Forse, Irzio l’aveva inserita proprio negli ultimi capitoli del De bello gallico: quelli che sono andati perduti.
In effetti, nell’VIII libro Irzio fa cenno ai contatti di Labieno con gli anticesariani. Nel Bellum civile, per veder citato il legato bisogna attendere il quindicesimo capitolo del primo libro, quando già è uno dei principali luogotenenti di Pompeo. Da un lettera di Cicerone ad Attico (VII, 7, 6), sappiamo che il suo voltafaccia era ufficiale già all’inizio della guerra civile, e che Cesare era stato tanto generoso da spedire a Labieno denaro e bagagli. Pertanto, a me par ovvio che i brani mancanti del De bello gallico parlino anche, se non soprattutto, di lui. Non necessariamente quello che avremmo saputo, se fossero sopravvissuti, sarebbe stata la verità; ma almeno, forse, avremmo conosciuto la reazione di Cesare a quello che dovette sembrargli un tradimento: la defezione di un uomo del quale non aveva potuto fare a meno tanto nella carriera civile quanto in quella militare, almeno nell’ultimo quindicennio.
Il “buco” nelle cronache ha scatenato nei secoli una ridda di ipotesi sul ruolo di Labieno, a partire da quella di Cassio Dione, che ho riportato all’inizio di questa nota. Suggestiva quella di Syme che, nel suo La rivoluzione romana, ha considerato la comune estrazione picena di Labieno e Pompeo come la prova di un loro legame preesistente alla guerra civile. Ma a mio modesto parere, un Labieno agente di Pompeo fin dall’inizio è un’ipotesi che non regge, se si pensa che fu uomo di Cesare anche come tribuno della plebe, un quinquennio prima di servire in Gallia.